La radio insegna il jujitsu al mio pesce rosso
Sono innamorato di una pescatrice-sub che vive sott’acqua,
I miei vicini sono linguisti ubriachi e io parlo farfalla,
La compagnia elettrica minaccia di scollegarmi il cervello,
Il postino continua a ficcarmi dei porno nella buca,
Mi è morto lo specchio, e non so se faccio ancora riflesso,
Gli occhi li ho messi a dieta, le mie lacrime stanno prendendo troppo peso.
Ho attraversato il deserto in taxi
solo per essere chiuso in una piramide
Con la faccia di un cane
sul mio fiato
Sono andato a un ballo in maschera
Travestito da me stesso
Riconosciuto
Da nessuno dei miei amici
Ho sognato di andare a un party poetico di John Mitchell
col mio cervello in forma virginale
Metti l’argento nel fornello del barbecue
I cinesi ci bombardano di atomici
Ristoranti
La radio insegna il jujitsu al mio pesce rosso
La mia vecchia si è messa a far la sub e dorme sottacqua
Vado in giro con un linguista ubriaco, che parla la farfalla
E rappresenta l’industria dei bruchi cingolati a Washington D.C.
Non capisco mai i desideri o le speranza degli altri,
finchè non coincidono coi miei, poi ci scontriamo.
Ho la prova schiacciante che la cultura dei cavernicoli
sia scomparsa per la loro incapacità di produrre riviste
distribuibili da un ragazzino in bici.
Non leggere tutti questi libroni sulla vita di Dio,
si dovrebbe osservare che sono stati scritti da uomini.
E’ giustissimo scagliare la prima pietra,
se ne hai qualche altra nelle tasche.
Televisione, ultima consolazione americana dal cruccio degli indiani.
Spero che quando vinceranno le macchine,
non costruiranno uomini che si rompano,
subito dopo essere stati pagati.
rifiuterò di andare sulla luna,
a meno che mi vaccinino, contro
i pericoli dell’amore indiscriminato.
Dopo aver traversato il deserto in taxi,
si scoprì chiuso dentro una piramide
con la faccia di un cane sul suo fiato.
La ricerca del termine cerchio,
costante occupazione dei quadrati.
Perchè non smettono di lanciare simboli,
l’aria è abbastanza affollata di echi.
Proprio quando ho pulito la mangiatoia per i maghi
si sono presentati i toporagni dirimpetto.
La voce della radio gridava, alzati
fai qualcosa a qualcuno, ma io e mio figlio
ridevamo nella stanza ammobiliata.
Figli del postmoderno e della produzione di Steve Albini, i Cloud Nothings sono autori di “Attack On Memory”, un disco molto chiacchierato e che ha senz’altro molto da dire, anzi, da sfogare musicalmente, intorno alla decadenza dell’Occidente. Due sono però i pezzi davvero memorabili in un disco tanto sincero e appassionato quanto patinato e completamente derivativo: “No Future No Past”, è un anti-inno postmoderno, tra Slint e Grande Recessione, e la qui presente “Wasted Days”, d’una psichedelia grigia, grigissima, colta in un crollo nervoso torrenziale, scomposto e inarrestabile.
I ragazzi di Cleveland (a proposito di grigiore urbano) si fanno apprezzare specialmente nella lunga coda strumentale, con quel vago sapore di trincea pneumatica alla Neu! di “Negativland”, avida di parole ma non di sinistri guaiti confusi e irriflessi, destinati a cadere nel vuoto smarrimento d’un tripudio rumoristico.
43 anni fa un ragazzino di nome Tommy Walker (da “Tommy” degli Who) pregava il suo dottore di guarirlo con quattro coppie di parole destinate alla leggenda (“See me, feel me, touch me, heal me”), oggi i Cloud Nothings con altre quattro coppie di parole altrettanto evocative (“I thought! I would! Be more! Than this!”) denunciano il voto del vuoto d’una generazione che non sapendo cosa essere, chiede solo di essere sempre di più, non importa cosa, non importa come.
Un chitarrismo iniziale piuttosto infantile che non è all’altezza della lunga coda sopracitata ci toglie subito l’imbarazzo di nominare un nuovo capolavoro assoluto di questi anni ’10 sinora decisamente ricchi di sorprese e qualità, benchè “Wasted Days” possa ritenersi a tutti gli effetti una cartolina vividissima di cosa si prova un attimo prima di finire dell’occhio del ciclone, quando poi un’insospettata quiete accoglie ogni labile psichismo terrifico spodestato di senso e pienezza ed appena svanito, eppure così reale nell’attimo in cui lo si sta vivendo; in altre parole, nella crisi verticale della civiltà occidentale nell’attimo prima della caduta.
Quando sarà, non scordatevi di inserire “Wasted Days” nella vostra playlist.
Ed eccomi dentro fino al collo in un nuovo progetto, davvero bellissimo e appassionante. Mola Mola Webzine non è il classico sito internet di recensione di dischi, monografie e quaquaraqua, ma un collettivo di persone unite dalla passione per la musica che si propongono di raccontarvela da punti di vista piuttosto trascurati nella critica musicale italiana, che francamente, ci sta anche piuttosto sulle palle. Perchè? Perchè non giocano più con la musica, e sono entrati nella parte del critico di stocazzo.
Noi siamo “giovini”, sbaglieremo qualcosa, azzeccheremo altrettanto, ma senz’altro ci proponiamo come laboratorio di critica musicale giocoso, sincero e appassionato.
Musica e aria fresca, da oggi su Mola Mola.
Chi ci ama (e sarebbe amore a prima vista) ci segua!
Giovanni Allevi è stato insignito della nomina di Cavaliere al merito della Repubblica italiana, conferita dal presidente Giorgio Napolitano. Allevi ha ottenuto l’onorificenza “per benemerenze acquisite verso il Paese in ambito culturale, economico, sociale, umanitario”.
Si osservi ora la foto, gli sguardi dei protagonisti. Era il Dicembre 2008, non era che l’inizio. Trattenete poi lo stomaco e se volete continuate a leggere.
Ecco l’ennesima esemplare cartolina dell’indicibile abisso culturale, morale e civile d’un paese che da culla di ogni avanguardia e movimento ideologico, spirituale ed artistico è divenuto pascolo desertificato d’ogni parvenza di viva sensibilità per capre, caproni e capibastone; un paese che uccide, isola e ignora i propri intellettuali e artisti più autentici e appassionati e premia i prodotti seriali del deterioramento delle intelligenze a cui ci ha ridotto.
Si dirà: perchè tanta indignazione? Prima di tutto perchè ciò è stato preceduto dalla scelta della RAI di affidargli l’apertura delle celebrazioni di Italia 150 e la direzione dell’Inno di Mameli sul podio dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI al Teatro Gobetti di Torino, in occasione della serata Fratelli d’Italia.
Se questo non bastasse, si aggiunga anche che se il fetido tentativo costante di invertire ogni verità ed ogni valore in questo paese è già grave di per sè, ancora più grave è il tentativo ancora più estremo di tradurre in valore la banale immediatezza della stupidità civile (per cui oggi Moccia è stato eletto Sindaco) e della gratuità creativa (ebbene si, la seconda repubblica ha due ossimori come propri pilastri).
Noam Chomski più semplicemente elencava al punto otto delle dieci strategie di manipolazione attraverso i mass media: “Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti”. Questo in Italia è avvenuto fino a pochi anni fa, oggi inizia la fase di svuotamento in partenza di ogni rigurgito vitale di quest’Italia quasi completamente vegetale: non solo forgiare una generazione col vuoto, adesso riempire questo vuoto con un altro vuoto chiamato “pieno”, “arte”, o appunto l’”Allevi” di turno , generando il definitivo scollamento identitario tra una cultura che dovrebbe essere miniera di valori, eperienze e bellezza e un cittadino ormai ridotto a consumatore di slogan, contatti e hobbies, e generando infine l’equivoco che ogni velleità possa costituire arte se con il giusto look, il piglio scanzonato e una feroce campagna di marketing.
In un paese un cui ormai “il vero, al massimo, è un momento del falso”, ogni valore e riferimento per leggere questo squallido presente dentro cui annaspare senza posa appare rovesciato, svuotato, umiliato proprio da coloro che dovrebbero proteggere il decoro delle istituzioni, che invece offendono quotidianamente per poi incaricare una procura a caso di aprire un fascicolo contro ignoti (che sono notissimi: i cittadini) per “offesa all’onore e al prestigio del Capo dello Stato”, insulto che a giudicare dalle azioni intraprese da chi oggi ne recita il ruolo è stata recata alla carica stessa nell’atto della sua ultima nomina.
Ma non ci dovremmo neppure stupire di un’abisso di cui siamo tutti vittime, compresi i carnefici che miopi si godono ancora quel che resta della loro reale opera da tre soldi durata un ventennio e ormai trincerata dietro gli ultimi fortini depravati dell’antistato: uno stato che tradisce i suoi cittadini, che umilia i suoi figli più capaci e che uccide ogni speranza di cambiamento e ogni tentativo di bellezza (quella vera, mica quella di Renzi) e si cela dietro un sorriso fintamente innocente e sincero d’un ragazzo qualsiasi prelevato dalla società per essere l’ennesimo equivoco a peso d’oro dei discografici.
Ecco qual’è il cortocircuito più irritante di questa vicenda: un tempo di queste brutture si macchiavano i discografici, gli editori e i produttori, che comincino ad occuparsene anche le istituzioni più alte della Repubblica, specie in un periodo in cui l’Italia sprofonda nella tragedia e ci sarebbe altro a cui pensare, genera sgomento, rabbia e un profondo senso di alterità, unico margine per chi è restato a testimoniare la bellezza in questo paese, di salvare se stesso e gli altri attraverso l’arte, lo studio e il proprio talento, dalla banalità di questo schifo (si, schifo) che avanza in ogni sua emanazione più fetida, ipocrita e al contempo sorridente.
Settant’anni a dire agli italiani che il comunismo avrebbe portato fame e morte ma intanto a questo c’ha pensato benissimo il capitalismo, che mischiandosi all’italianissima “arte di arrangiarsi”, ha prodotto il cocktail più fetido, ipocrita ed egoista di malaffare che si sia mai visto nei centocinquant’anni di storia italiana, di cui settanta guidati dalla attuale paradigma capitalista e portati malissimo.
Siamo diventati americani in tutto e per tutto. Ogni tragedia è un show, il silenzio e il raccoglimento non hanno più alcun valore, l’ascolto poi è successivo alla bulimia di parole, spesso solo per riprendere fiato.
Piuttosto studiare, capire, sospendere il giudizio sono gli atti davvero coraggiosi, ma che non fanno rumore, e in questa società cacofonica non possono che essere stranieri, esiliati, apolidi.
Quelli che oggi sanno tutto sono gli stessi che tra 40 anni chiederanno verità sull’ennesima strage di innocenti.
Il seguente incontro aperto è organizzato dal Collettivo “Laboratorio 15″ della Facoltà di Psicologia di Firenze. Vuole essere una occasione per studenti e cittadini per un confronto con una esperienza “altra” realizzata sul territorio, nei fatti.
La giornata di Lunedi 21 si svolgerà in Via della Torretta 16, Firenze, nel plesso didattico d’ateneo.
15.00-16.30 – INCONTRO APERTO CON DON ALESSANDRO SANTORO
Questo incontro vuole essere un’opportunità per gli studenti che si potranno confrontare apertamente con un’esperienza comunitaria nei fatti e non solo nella teoria dei libri.
Don Alessandro Santoro, noto per le sue posizioni di prete di “frontiera”, è fondatore e animatore della Comunità de Le Piagge di Firenze, un micromondo di accoglienza e contenitore di molte iniziative in campo etico e sociale per una diversa filosofia di vita ed una più responsabile presenza nel territorio.
Durante l’incontro Don Santoro ci racconterà la sua esperienza a Le Piagge, noto come quartiere “difficile” alla periferia di Firenze in cui, insieme a un gruppo di cittadini, ha realizzato nel corso degli anni percorsi autentici e alternativi di socialità, educazione, creatività, lavoro ed economia che contribuiscono quotidianamente al miglioramento della qualità della vita degli abitanti del quartiere.
16.30- 18.30 – LABORATORIO TEATRO DELL’OPPRESSO
Per garantire il corretto svolgimento del laboratorio è stato richiesto un numero massimo di 20 partecipanti, chi fosse interessato è pregato di prenotarsi scrivendo una mail a psipervendetta@gmail.com. Grazie.
“L’incontro vuol’essere un primo approccio al metodo del Teatro dell’Oppresso (TdO), durante il quale, dopo una breve premessa iniziale, inizieremo attività di giochi-esercizi propedeutici allo sviluppo delle varie tecniche del TdO, come: Teatro Forum, Teatro Immagine, Teatro Invisibile, Teatro Giornale e Flic dans la tete (Il Poliziotto nella testa)”
Il laboratorio sarà condotto da Fabrizio Martini e Michele Redaelli, operatori del Teatro dell’Oppresso.
“Tearing out the weeds to remember what was there”. Ecco, in una frase, cosa devo fare per riportare alla memoria un concerto degli Idaho del 2008 aperto proprio da questa canzone. Una malinconia stanca accompagna docilmente il dispiegarsi di queste note spoglie, questo crollo senza tonfo, nudo, lento e costante, che accompagna le ultime ore del giorno.
Esponenti di spicco del sadcore, gli Idaho aprono questo brano un gracilio inziale alla Xiu Xiu a cui segue poi lo stagliarsi della densa melassa di catarsi attraverso la rivelazione semplice e poetica della propria disperazione, accompagnata da percussioni sfiancate che non rinunciano a imprimersi sullo sfondo di distorsioni abuliche e smarrite, s’impone ai sensi con il cantanto onirico e abbandonato ai propri spettri di solitudine di Jeff Martin, la stessa che è entrata senza macchia sotto pelle nello spazio d’un ricordo musicante.
I californiani Idaho non godono del seguito che meriterebbero per oltre vent’anni di musica crepuscolare e confessioni sul ciglio dell’abisso. Questa litania sospesa tra cielo e terra (e si deve scavare), tanto ruvida e “loner” da echeggiare le più ruvide atmosfere di Neil Young, con la classe nella testimonianza della propria malinconia degli American Music Club e al contempo tanto intima e dalla pelle sottile da rimandare naturalmente ai Red House Painters, è tratta da quello che è per il sottoscritto il loro album migliore, “Year After Year”, del 1992.
Gli Idaho sono un gruppo che non necessita alcuna chiusura ad effetto. Smarritevi nella loro anemia musicale, che più che creare suggestioni le toglie e muovo verso se stesso chi sa fermarsi un poco.
Napolitano sull’ennesimo tonfo della borsa: “Anno brutto, ne usciremo”.
Ma serve a qualcosa un Presidente della Repubblica che parla come un calciatore dopo una sconfitta?
E buon lavoro alla Procura di Nocera Inferiore che ha aperto un fascicolo contro ignoti per il reato di offesa all’ onore e al prestigio del capo dello Stato. Queste si che sono azioni efficaci contro la crisi e per recuperare la fiducia dei cittadini.
Una batteria allontana lo spettro di attacchi di panico ad un cuore aperto da squarci chitarristici. Poco dopo l’emblematico appello “I wanna see you write a love song!“ s’imprime lascivo e terribilmente onesto come un feroce ”It’s only teenage wasteland” che, svuotato di ogni ricordo di armonia seventies, cerca un altro da sé a cui chiedere se sta prendendo nota di tutto questo amore.
Attraverso questo brano, della band di New York, giunta alla sua seconda prova ed ampliato considerevolmente il ventaglio di generi e stili, non si può certo non evidenziare il coraggio di esser contaminati da reminescenze d’ogni tipo senza voler necessariamente contaminare alcunchè, traducendo in musica e rumore il proprio grido feroce e liberatorio, senza pretese che vadano oltre alla necessità di comunicare.
“Open Your Heart”, la titletrack, si iscrive con merito al registro per gli anthem degli anni ’10, con un umore alla Replacements e un’urgenza alla Fucked Up. Fisica, viscerale, asciutta, brutalmente romantica. Un canzone killer che transita famelica, pura ebbrezza giovanile e uno squarcio di transumanza in un incendio di note, che fanno vibrare corde emotive prossime al punk per un gruppo sensibilmente eterogeneo sul piano del sound, sospeso tra garage, kraut, noise e post punk.
Questo inno di “colossale giovinezza” rumoristica è mosso dall’impellenza di testimoniare il proprio vuoto non sordo, perchè “senza la musica la vita sarebbe un errore” così come senza un urgente rigurgito d’esistenza di questa band non potremmo assistere ad esplosioni di senso tali a quelle che questa canzone reca in sé: una parentesi di fango, amore, fame e nichilismo che sa scuotere le fondamenta di un’epoca anemica.
Neanche 2.000 visualizzazioni per questo pezzo su YoutTube (almeno 500 saranno mie) mentre Mannarino scrive racconti di merda e il Fatto Quotidiano glieli pubblica senza battere ciglio e ieri sera ho abbracciato Flavio Giurato che ha suonato 2 ore per 30 persone.
“Italia, vaffanculo!” è l’unica cosa che mi sembra dotata d’un qualche senso da poter dire adesso, the day after Flavio Giurato, e chi ama la sua musica sa che impatto viscerale rechino in sè le sue canzoni.
Quanto ho sognato stanotte dopo questo suo concerto. Sogni bellissimi, enormi!
Eppure a voi che vi importa, voi che continuate a sentire le vostre stronzate e siete contenti, voi che arriva un ragazzino lanciato da un mito dell’underground italiano che sa a malapena suonare la chitarra, non sa cantare ma ha qualche idea carina e voi lo eleggete a cantore delle vostre insulse sofferenze post moderne, gli fate vendere migliaia di copie, lo mandate in teatri fra i più belli d’Italia, dove un tempo ci andavano personaggi di ben altra statura riempiendo sempre lo stesso numero di seggioline, e allora il cuore mi fa un tonfo, penso che allle persone che affollavano quel teatro in passato e a quelle che lo affollano oggi, allo scarto d’arte che corre tra solo due generazioni, a cosa questa generazione darà mai esito, se già la precedente pur con tutta quell’abbondanza ha fatto così tanti danni.
Forse domani un novello Flavio Giurato non avrà il coraggio di continuare, non arriverà nemmeno ad incidere. E sarà tutta colpa vostra, perchè una dittatura, e questa è una dittatura culturale, senza sudditi non può realizzarsi. Ecco perchè l’Italia è un paradiso delle visioni autoritarie, perchè è un allevamento intensivo di sudditi.
Sai cosa vi dico? No, è bene che questa roba, questa musica sia cosa di pochi. Comincio a pensarla come Carmelo Bene. L’arte degli altri uno se la deve guadagnare, non è che la può trovare dopo un par di click su internet. Ci vuole fatica, ci vuole un tirocinio devoto. Ma lo dobbiamo fare per il lavoro (giustamente, è sbagliato che non sia minimamente pagato semmai) figuriamoci se non serve per l’arte, il tirocinio. No, oggi a quattordici anni insieme allo scooter c’è anche la chitarra, se non è arrivata prima. Tutti musicisti, tutti! Tutti scrittori, tutti registi…E nessuno ascolta, legge, osserva più niente.
Foto di Gabri Pallide Stragi
Ierisera Flavio Giurato era al Nuovo Camarillo a Praho, cioè Prato, un locale piccolo e caldo, casalingo, nel senso migliore del termine: ci si sente a casa. Ho fatto un casino per poterci essere: mi sono affidato a un appello sulla pagina dell’evento di FB per trovare un passaggio di ritorno a Firenze, che il primo treno della magnana sarebbe stato alle cinque e trenta, mica bene. Passaggio trovato, sui trenta presenti tre offerte di passaggio, lo staff del locale che rilancia ovunque l’appello, una solidarietà che non si conta altrove, non è un caso che si tratti di un concerto, di un cantautore visceralmente onesto. Chi lo ama ha necessariamente il cuore puro e sa ancora prestarsi a slanci di quotidiana umanità (mica mi hanno donato un rene, o meglio non ancora).
Flavio arriva e prende posizione a poco meno delle undici e trenta, parte con “Valterchiari”, declama “Orbetello”, va di “Rondone”, il “Manuale del Cantautore” ed altre forse (no, sicuramente) non so in che ordine, sarebe come chiedere l’ordine dei colpi ricevuti a un pugile appena messo ko. Poi inizia a presentare brani tratti dal suo nuovo ed ancora inedito “La scomparsa di Majorana”, dedicato alla figura del misterioso e geniale fisico italiano, in particolare al libro omonimo scritto da Leonardo Sciascia e i brani si allungano, la curiosità dei presenti è viva, vivissima e le canzoni ricevono lo stesso calore dei brani storici benchè se ne differenzino per un coraggio espressivo ancora più accentuato del solito (stiamo parlando d’un campione di coraggio cantautoriale) e che con sola voce e chitarra forse eccedono un poco. Forse si avverte un poco di stanchezza da ambo le parti, io invece sono ancora ko e non mi ricordo neanche i nomi dei brani, mi ricordo frasi ripetute (marchio di fabbrica imperituro del nostro), immagini, applausi, note. Prima pausa, si va di sigaretta per tutti e si butta fuori un poco d’aria.
Flavio ritorna, termina “La scomparsa di Majorana” con altri pezzi notevoli, in particolare l’ultimo conclusivo che raccoglie tutti i precedenti frammenti, Flavio parla di Land Rover inglesi, di Slabrador, di donne che ci riconoscono e della timidezza che si cela dietro a uno sguardo innamorato ed a un mondo davvero bastardo, fatto di codici a barre e manicomi e che non accetta il gioco sincero dei bambini, l’ingegno naturale dei contadini. Scorrono donne, strade, città (Napoli, Palermo e tanta, notturna, Roma). Flavio dice che così bene quelle canzoni non gli erano mai uscite, che a Roma ridono tutti mentre qui regnava un gran silenzio, ma gioca un tiro sinistro, dice che è finita. Tutti pensano “col cazzo”, incitano e applaudono, Flavio fa un’altra piccola pausa poi torna a sedersi. E la parte conclusiva è da spaccacuore.
“Centocelle”, “L’ufficialino”, “Silvia Barardini”, “Marco e Monica”, “Il Tuffatore”, “La Giulia Bianca”, ed immagino che chi sta leggendo e ama la musica di Flavio stia cadendo dalla sedia quanto io sono caduto sulla sedia quando Flavio ha declamato l’introduzione in inglese di “Marco Polo”. Nel frattempo un paio di stronzi parlano rumorosamente al bar, tra i maniaci assetati di musica alcuni si girano e guardano male malissimo, altri fanno piccolo “sssss”, altri sono totalmente imbambolati. Flavio insiste, poi dopo due ore epiche cede, siamo tutti davvero stanchi e io corro a stringere la mano, abbracciare, balbettare qualcosa a quell’uomo alto e magro di grande presenza scenica che risponde con sorrisi sinceri, chiacchiere comuni. Si avverte la reciprocità della riconoscenza, sincera e calorosa, Marco poi firmerà autografi ai pochi presenti con il simbolo di “Marco Polo” stilizzato a penna, dicendo anche che se la prossima volta ha un piano per le mani potrà suonarlo dall’inzio alla fine, io poi mi trascinerò per una Prato deserta alla macchina dei miei nuovi amici e appunto, sognerò tantissimo, fino a farmi uscire il sangue dal naso, come cantava De Andrè nel “Fiume Sand Creek”.
Sono ancora incazzato come all’inizio del post, dai forse un po’ meno, e vorrei uccidere gli ignoranti uno ad uno, poi ripenso a ierisera, a un cantautore che si è donato a un gruzzolo di maniaci delle sue canzoni senza curarsi di quelle persone che parlavano al bar con le spalle girate, e capisco che il motivo per cui queste persone sono così profondamente autentiche è perchè se ne sono sempre fregati di cosa pensa la gente, e che io ho ancora da imparare tanto, tutto.
Serenamente vi dico, con in sottofondo “Il Rondone” da almeno mezz’ora, musicoterapia purissima: ascoltate quello che vi pare, sceglietevi la vostra musica.
Io la mia scelta l’ho fatta da tempo.
“Basta ricordare di appiattire dopo l’uso”.
Ma io con queste canzoni proprio non ci riesco.
Il premio Carli per la politica, intitolato al banchiere che si oppose alla P2, è andato al tesserato numero 1816 della stessa P2, Silvio Berlusconi. Dal conflitto di interessi al conflitto dei neuroni e non è una barzellata. E non è finita: tra i giurati c’era Gianni Letta e tenetevi forte, il premio del “giornalismo” è andato a Vittorio Feltri. Io invece dedico questo post a chi ancora pensa che la attuale classe dirigente italiana abbia motivo d’esistere oltre che per se stessa.
Tutto meritevole di lettura e condivisione, certo che intitolare un articolo in cui si autocertifica (giustamente) per il M5S il merito di aver intercettato il voto di protesta trasformandolo in richiesta di una vera democrazia, allontanando spettri di neofascismi ad alte quote alle recenti elezioni come altrove accaduto (In Francia, in Grecia, in Ungheria) e chiuderlo con il cupo personalismo “O Nikos o Beppe” non è che sia il massimo della coerenzae dimostra una volta di più che è un movimento che deve crescere e tantooltre all’interpretare malessere, in quella fase di costruzione e proposta attiva che checchè ne dica l’Unione dei Partiti il movimento ha eccome, benchè sia soggetta a ingenuità come quella di cui sopra. Ci sogniamo la democrazia ma restiamo profondamente monarchici nella nostra silente attesa dell’Uomo Nuovo, il principe illuminato, l’Augusto di turno. E ci scordiamo che democrazia è responsabilità e non delega, anche quando invochiamo esattamente questo ogni giorno. Un errore comune a tutti, per questo è importante vigilare e vigilar”ci”. Per questo ho deliberatamente cambiato il titolo.
Dal blog di Beppe Grillo, con un video finale terrificante, che da solo basterebbe a dare qualche merito in più al movimento, demonizzato oltre ogni limite.
Il MoVimento 5 Stelle salverà il culo alla partitocrazia? Questo dovrebbero domandarsi i coniugi Fassino, Gargamella Bersani, Azzurro Caltagirone e il Coniglione mannaro Alfano ormai senza carote. Il M5S è la loro ultima speranza, l’unico salvagente per evitare conseguenze traumatiche quando verrà messa la parola fine alla Seconda Repubblica. Hanno avuto tutti gli onori durante vent’anni di saccheggio della democrazia e delle finanze pubbliche, ora li aspettano gli oneri. Sono a un bivio. O il M5S e, più in generale, i movimenti dei cittadini, o la dittatura. Quest’ultima può presentarsi sotto varie forme, quella agghiacciante, nazista, di “Alba Dorata” di Nikos Michaloliakos in Grecia, del neo fascismo di Marine Le Pen o del partito ultra nazionalista ungherese Fidesz di Viktor Orban.
In Italia è accaduto un piccolo miracolo. Il cittadino di fronte alla crisi economica vuole più democrazia, più partecipazione. In Italia il vuoto lasciato dai partiti, che sta spostando l’Europa verso un neofascismo, è stato riempito, per ora, da cittadini incensurati, sinceri democratici, da boy scout e volontari di ong, ingegneri e operai, studenti e pensionati. Un movimento di popolo che ha deciso di tirarsi su le maniche e occuparsi della cosa pubblica.
In futuro dovremo confrontarci sempre più con i nazionalismi, i fascismi rossi o neri, con la xenofobia e la caccia al diverso. E’ un paradosso che l’Italia, la nazione che ha inventato il fascismo e lo ha esportato nel mondo, ne sia oggi, di fronte alla crisi, ancora immune e, anzi, sia un laboratorio di democrazia diretta con il MoVimento 5 Stelle. Il vento dell’ultradestra soffia in Europa sempre più forte. La partitocrazia che lo ha generato ne soffrirà pesanti conseguenze in mancanza di alternative democratiche. O Nikos o Beppe.
Volete un brano smaccatamente pop, che sa alzare il sopracciglio e far schioccare le dita? Volete una ventata di freschezza e un sorso di energia in un’epoca pachidermica? Volete una canzone che si fissa in testa senza per questo essere banale, scontata e furbescamente immediata? Ecco quel che un ideale Jukebox del ventunesimo secolo potrebbe esalare in una ormai prossima giornata estiva a pane, mare e un sole accecante.
“Life’s a beach” dei Django Django è senz’altro tutto questo e molto altro, tra atmosfere e gangli nervosi quanto mai distesi e alla Beach Boys, una struttura ritmica assai ballabile e intermezzi elettronici che sanno d’Ultravox (per giunta con un eco d’oceano tropicale al punto giusto) eppur placidamente palpitanti che è un piacere di beatlesiana memoria.
I Django Django sono al loro disco d’esordio, se ne sono usciti con un disco da stropicciarsi gli occhi che non è passato inosservato a chi cercava qualcosa che si facesse apprezzare al primo ascolto pur senza rinunciare a una fitta tessitura (eppur sempre leggera, in questo caso al limite esatto con lo zuccheroso) di trame sonore imprevedibili.
L’album omonimo è semplicemente favoloso. La canzone in questione è dannatamente irresistibile. E l’ennesimo inverno in tre minuti è davvero alle spalle e l’estate si apre musicalmente avventurosa e sinceramente divertita.